Minchia, signor tenente…
Martedì 31 Luglio 2007 – 12:09Titolo scontato, testo del post ancora di più.
In sti giorni, nella mia bella pausa che mi sono preso dagli esami della specialistica, ho deciso di dedicarmi un po’ alla lettura. Come il peggior blogger tamarro di serie C, sono andato nel reparto libri del Mercatone a ravanare nelle ceste del “tuttoatreeuroenovanta” (come le migliori casalinghe) e ne ho estratto curiosamente una edizione economica di “Fuori da un evidente destino” di Giorgio Faletti (che ovviamente stava nella cesta sbagliata, e prima o poi dovrò mettermi a studiare come mai le cose del “tuttoacinqueeuroequaranta” finiscano sempre irrimediabilmente nelle ceste del “tuttoatreeuroenovanta”, ma ora non è il momento).
Due parole sull’autore: Giorgio Faletti mi stava pure simpatico, fino a qualche tempo fa. Il Faletti comico, il Faletti cantante, e addirittura il Faletti scrittore di “Io uccido”. Ma non riesco a spiegarmi perchè, come nel peggiore degli incubi, abbia pure voluto improvvisarsi esperto del web e del diritto dell’era digitale in una famosissima intervista di due anni fa, che nelle mie opinabilissime classifiche di gradimento lo ha fatto precipitare decisamente in fondo alla lista (memorabile il suo “Io invece penso che l’open source sia il sistema migliore per precipitare nella barbarie. Certe cose vengono fatte perchè esiste un’industria che le produce e investe senza un ritorno economico. Senza un editore, Hemingway non sarebbe stato scoperto.“).
Ma insomma, io non ce l’ho con Faletti. Lui è un bravo scrittore, comico, campi in cui io non riuscirei mai a fare nemmeno un centesimo di ciò che ha fatto lui. Ma evidentemente anche lui nella stessa intervista ammette che “non sono un tecnico” e sicuramente la sua opinione sull’open source si deve essere formata grazie alla definizione di open source che deve avergli dato qualcuno. Qualcuno che evidentemente non era assolutamente in buona fede. Peccato solo che Faletti non abbia voluto informarsi meglio su cosa sia l’Open source, perchè avrebbe capito che se Hemingway fosse vissuto nell’era digitale, proprio grazie all’open source e alle Creative Commons avrebbe potuto far conoscere sè stesso a tutto il mondo.
Comunque, accantonando questo discorso e parlando di “Fuori da un evidente destino”, devo dire che più o meno sono arrivato a metà libro. La storia sarebbe anche carina, se l’autore non si soffermasse decisamente troppo nelle descrizioni. Insomma, ho letto 198 pagine su 490 e sono ancora nel post-assassinio, quando c’è stato l’omicidio e ci si sta ancora muovendo facendo le prime indagini.
Ogni personaggio è descritto nei minimi particolari, la sua vita passata, le sue ombre, i suoi fantasmi. Il che è interessante per comprendere la storia ma non decisamente necessario. E accade poi ogni tanto che alcune scene si interrompano a fine capitolo, per poi essere riprese in due righe nel capitolo successivo mentre si è già nel pieno di un’altra scena.
A parte questi piccoli difetti (opinabilissimi, per carità) la storia è interessante, soprattutto per l’ambientazione e per il coinvolgimento “mistico” dei Navajo. Maggiori dettagli appena finirò il malloppo (sempre se ce la farò).
L’ultimo appunto per chi ha già letto il libro: non riesco ad immaginarmi il figlio della giornalista se non con il volto e la voce nasale del Direttore Skinner della serie “The Simpson”. Ma era proprio necessario chiamaro Seymour?
